20 Mar 2020

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La certificazione delle informazioni contenute in un testo o in un servizio giornalistico tramite la tecnologia blockchain

La certificazione delle informazioni contenute in un testo o in un servizio giornalistico tramite la tecnologia blockchain

È possibile avere garanzia di qualità di un articolo o di un servizio giornalistico in tempi in cui, grazie alla velocità della rete, circolano più notizie ma non sono tutte così genuine, così veritiere?

Marco Piccaluga, consigliere dell’Ordine nazionale dei giornalisti, è il primo giornalista a certificare tramite la tecnologia blockchain un articolo. Si tratta di un progetto ambizioso, una sorta di “bollino di garanzia”, volto a certificare le informazioni contenute in un testo o in un servizio giornalistico. Si tratta di una iniziativa innovativa volta a contrastare le fake news e garantire una certa qualità di informazione agli utenti.

Ne parliamo direttamente con l’autore.

Marco, come nasce l’idea di questo progetto e quali obiettivi si pone?

Era il 12 aprile del 2018. Stavo moderando il Fintech Forum a Milano, evento in cui erano raccolti nello stesso luogo i maggiori esperti di blockchain al mondo. Si parlava di applicazioni pratiche e dei vantaggi nel campo della certificazione. Mi chiesi immediatamente se questa tecnologia non potesse essere impiegata anche per certificare le informazioni e quindi le notizie. Sarebbe stato il modo più rapido per contrastare il fenomeno delle fake news. Ne parlai con l’avvocato Alessandro Ghiani, che avevo conosciuto proprio al Forum. Mi diede molti buoni consigli, spronandomi a intraprendere questo progetto. Da quel giorno non ho fatto altro che studiare il modo.

Come funziona?

A livello pratico è molto semplice: accanto alla firma di ogni giornalista, un domani, potrebbe essere messo un “bollino di garanzia”, un PIC (Protocollo Informazione Certificata). A livello grafico non è importante come verrà realizzato. La cosa fondamentale è il codice hash che accompagna la transazione e che in maniera univoca identifica quel, e solo quel, documento. Il bollino in questione dovrà contenere un QR code. Basterà inquadrarlo con qualsiasi smartphone per ottenere il documento originale, certificato in blockchain. In calce a quel documento, come se fosse stato certificato da un notaio, si troveranno alcune informazioni: in quale data e a che ora è stato registrato l’articolo; in quale luogo; chi è l’autore. Questo è un punto fondamentale per marcare una differenza tra i contenuti scritti da un professionista e tutti gli altri presenti in rete.

Inoltre, se l’Ordine dei giornalisti desse il via al progetto, il PIC potrà essere composto da due QR code: quello che porta al documento originale, e un secondo che certifichi la persona. Inquadrando quel codice col telefonino il lettore saprebbe in un attimo che l’autore del pezzo è effettivamente un iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco professionisti, numero di tessera XYXZ.

Non è una differenza da poco. Nell’epoca in cui chiunque può scrivere ciò che vuole in rete, segnare una differenza tra i professionisti dell’informazione e tutti gli altri è un cambio di passo fondamentale. Il lettore ha diritto di sapere in maniera certa chi è l’autore della notizia che sta leggendo. Non è snobismo, è responsabilità: i giornalisti italiani sono soggetti al rispetto delle leggi e della deontologia professionale. In più sono inquadrati in un Ordine professionale che ne garantisce la correttezza vigilando e sanzionando, se serve. Tutto questo non vale per tutti gli altri.

Qual’è la posizione oggi dell’Ordine dei Giornalisti nei confronti delle fake news a tutela della propria categoria?

L’Ordine dei Giornalisti ha da sempre una posizione molto chiara e dura nei confronti del fenomeno. Negli ultimi due anni la discussione interna per trovare una soluzione al problema è stata molto viva. L’idea che solo puntando sulla qualità della nostra informazione si faccia un buon servizio al lettore è sempre stata la stella cometa dell’attuale Consiglio. Insieme all’idea di dover garantire le nostre notizie con un “bollino di garanzia”, qualcosa che assomigliasse al segno di spunta che i social network utilizzano per segnalare i profili ufficiali rispetto a quelli fake.

È possibile calcolare la percentuale di fake news in circolazione oggi? Si tratta di un fenomeno in crescita?

La creazione di fake news è un fenomeno in rapidissima crescita ed evoluzione tanto che oggi ha raggiunto un punto non più contrastabile con l’attività di debunking. Nell’epoca dei social, anche una madre che riporta una notizia infondata sulla chat whatsapp della scuola può a sua insaputa diventare una creatrice di fake news. È successo. Succede in ogni momento. I diffusori a propria insaputa di notizie false o prive di alcuna verifica, si aggiungono ai professionisti del fake, creatori di bufale per fini politici, di propaganda o di lucro. È un’attività che dieci anni fa poteva essere circoscritta a gruppi politici organizzati o ad essi collegabili. Oggi l’innovazione ha prodotto strumenti in grado di creare fake news indipendentemente dagli esseri umani.

Quanti fenomeni possono celarsi dietro una fake news?

Al momento attuale per creare una notizia falsa, rilanciarla sui social e farla diventare virale, non servono più neppure le persone. Esistono bot collegati a intelligenze artificiali in grado di produrre notizie e contenuti completamenti inventati a un ritmo neppure calcolabile. L’ultima frontiera è rappresentata dai deep fake, video dove a una persona nota vengono fatte fare cose o pronunciare parole che non ha mai fatto o detto. Capite l’importanza di marcare con un sigillo (il PIC) i nostri contenuti, foto o video. In futuro sarà l’unico modo per distinguerli dai falsi.

Dove finisce il diritto all’informazione e alla cronaca rispetto ad un mondo in cui la verifica dell’attendibilità e della veridicità dell’informazione avrebbe bisogno di tempi più rapidi rispetto a quelli a cui è abituato il mondo dell’informazione odierna?

Il tempo per fare una verifica non è mai troppo. Non ci posso essere mezze parole, su questo: una notizia non si può dare se non è stata verificata. Questo valeva ieri e vale oggi ancor di più. Il fatto che i tempi dell’informazione siano molto più rapidi non deve distrarre dall’obiettivo: il giornalista ha il dovere della verità, per legge. Fin quando non è sicuro al 100% di quello che sta scrivendo, non può dare una notizia. A costo di arrivare dopo altri. E’ una questione di credibilità: basta una sola notizia falsa e il lettore smetterà di credere in noi.

Cosa si può certificare con la firma certificata dal blockchain? Solo scritti o anche altri contenuti multimediali ad esempio audio e video? 

Tutto: testi, audio, foto e video. L’importante non è la firma. Quella serve per far capire al lettore che si trova di fronte a un contenuto certificato in blockchain. L’importante è la certificazione stessa del contenuto. Mi spiego: spesso in rete troviamo foto o video di cui non sappiamo nulla, autore, data o luogo di produzione. Pensate all’immagine dei resti del missile Tor-M1 trovati tra i rottami dell’aereo abbattuto dopo il decollo da Teheran a gennaio. Quella foto fece il giro del mondo, molto prima che l’Iran ammettesse di aver abbattuto il Boeing per errore. Ma nessuno, neppure i potenti debunkers del NY Times riuscirono a stabilire con esattezza se quella foto provenisse realmente dal luogo del disastro o se non fosse uno scatto vecchio o preso da chissà quale luogo del pianeta. Domani tutto questo non succederà più. Chi fa una foto e la carica sulla blockchain fissa per sempre quei parametri al suo contenuto. Sarà certificato che quella foto è stata fatta in un determinato luogo (geolocalizzato) a una certa ora di un dato giorno. E soprattutto da chi. A quel punto ci metteremo il nostro PIC. Il lettore saprà che quella è una foto che ha una carta d’identità.

Non si porrebbe allora il problema del debunking?

Il debunking, ossia lo smascheramento delle bufale, non basta più. Il volume dei fake prodotti ha superato il livello contrastabile. Inoltre è un’attività lunga e costosissima e distrae il giornalista dal suo mestiere principale, dare notizie. Fatti i debiti paragoni è come se un commerciante impiegasse tutta la sua giornata a provare che il negozio di fronte ha messo in vetrina merce contraffatta o scadente piuttosto che lavorare alla qualità di ciò che espone nella propria.

Con la certificazione delle notizie facciamo un passo avanti. Il debunking non servirà più, se non in casi eccezionali. Nella mia visione, le uniche informazioni che in futuro avranno un valore saranno quelle certificate. Tutto il resto sarà semplicemente tutto il resto. Cioè a rischio.

In questo modo si potrebbero evitare anche i plagi?

Certamente. La certificazione è la miglior qualità della blockchain. I contenuti certificati sono protetti dal furto o dalla manipolazione. Ma anche dal copia/incolla di colleghi che non hanno voglia o capacità di trovare le stesse notizie. O dagli aggregatori di notizie. Una volta certificata una notizia sulla blockchain, sarà come averla depositata da un notaio. Sarà nostra per sempre. Questo vale per testi, audio, foto e video.

Ci saranno ulteriori sviluppi nel Tuo progetto?

Ci sono già e sono contenuti in un progetto certificato in blockchain, ovviamente. Ma è ancora presto per parlarne.

Avv. Angela Allegria – Avv. Federica Federici

20 marzo 2020

In Nuove Frontiere del Diritto

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